Due persone, due mondi
Bolle social e Algoritmi · Polarizzazione digitale
Due telefoni sullo stesso tavolo, due feed opposti sotto gli occhi. La bolla dei filtri promette isolamento, ma la vera forza che agisce sotto la superficie è quella che ci tiene incollati allo stesso litigio, nella stessa arena, senza via d’uscita.
La bolla dei filtri, il mito secondo cui i social ci isolano ciascuno in una realtà su misura, non regge ai dati. Due persone possono guardare lo stesso comizio da telefoni diversi, e ognuna vede sotto il video una folla di commenti opposti: eppure nessuna delle due è isolata, perché passa la giornata dentro il feed dell’altra, la sorveglia invece di ignorarla.
La formula, coniata da Eli Pariser nel 2011, descrive un fenomeno che la ricerca fatica a confermare. Andrew Guess ha tracciato la navigazione reale di migliaia di persone e ha trovato diete informative più varie, non più povere, di quelle di chi un tempo comprava un unico giornale di partito e non leggeva altro. La rassegna del Reuters Institute che raccoglie questi lavori nota che bolla e camera dell’eco circolano nel discorso pubblico assai più di quanto la ricerca le sostenga, e che nemmeno gli studiosi si accordano su cosa vogliano dire.
Un risultato di Petter Törnberg sposta la questione ancora più in là. Nei suoi modelli bastano poche regole su come i legami tra le persone nascono e si spezzano perché nella rete compaiano gruppi chiusi e ostili tra loro, e questi gruppi si formano anche senza l’algoritmo che filtra e senza che gli individui cerchino attivamente i propri simili. La chiusura non è un muro tra spazi separati: è qualcosa che accade dentro un unico spazio, quando è abbastanza affollato e abbastanza teso.
Resta una domanda che la versione rassicurante della bolla evita. Se non siamo isolati, se ci vediamo più che mai, perché siamo così divisi?
Chi ha davvero misurato la navigazione delle persone ha trovato diete informative più varie, non più povere, di quelle di chi leggeva un solo giornale di partito.
La spirale delle bolle social
Un singolo scambio online può arrivare a centinaia di risposte attraverso un meccanismo preciso: una replica tiepida non attira attenzione, una feroce viene citata, condivisa e spinta davanti a migliaia di persone che non l’avrebbero mai vista. Ogni giro rende il successivo più aspro, perché la piattaforma ha imparato che l’asprezza trattiene l’attenzione mentre l’accordo la disperde.
Il meccanismo ha un nome preciso, coniato negli anni Quaranta da chi studiava termostati e sistemi di puntamento della contraerea. Norbert Wiener lo chiamò retroazione positiva, distinguendola da quella negativa che stabilizza, come il termostato che spegne la caldaia quando la stanza è calda. La retroazione positiva prende lo scarto e lo amplifica: è lo stesso principio del fischio che nasce quando un microfono è troppo vicino alla cassa da cui esce il suo stesso suono.
Più i loro contenuti divergono, più devono condividere il canale che permette loro di divergere.
Il fischio, però, non isola nessuno: è un suono che tutti nella sala sentono insieme, alla stessa frequenza. Vale lo stesso per la spirale del litigio. Per salire di tono a ogni giro, i due contendenti devono restare agganciati allo stesso circuito, sentire lo stesso stimolo nello stesso istante, rispondersi in tempo reale. La spinta che sembra separarli è la stessa che li tiene inchiodati allo stesso posto.
I repubblicani pagati per ascoltare un mese di voci democratiche ne sono usciti più conservatori. I democratici, leggermente più a sinistra.
Christopher Bail lo ha verificato con un esperimento pensato per ottenere il risultato opposto. Ha pagato elettori americani perché per un mese ascoltassero le voci dell’altro schieramento, scommettendo sull’idea che conoscere il nemico da vicino lo renda meno nemico. È successo il contrario: i repubblicani ne sono usciti più conservatori, i democratici leggermente più a sinistra. Altri ricercatori, come Guess e Coppock, in esperimenti simili non hanno trovato lo stesso contraccolpo, e la spiegazione più prudente è che accada solo in certe condizioni. Ma anche solo la sua possibilità basta a sostituire l’immagine di due solitudini che si allontanano con quella di un unico avvitamento in cui i due contendenti sprofondano insieme.
La ragione per cui la stessa foga accende schieramenti opposti è vecchia quanto la specie. Per centomila anni riconoscere i propri e fiutare l’estraneo è stata una questione di sopravvivenza, e l’istinto di gruppo risponde ai segnali del noi e del loro prima di qualsiasi pensiero. Quanto quell’istinto sia manipolabile lo ha dimostrato l’etologo Nikolaas Tinbergen: i pulcini di gabbiano beccano un bastoncino con una macchia rossa più grande e più accesa del vero becco del genitore con più foga che sul genitore autentico, perché l’istinto non guarda l’oggetto intero, si aggancia a un segnale semplice e lo legge con una regola grezza, più intenso, più conta. La piattaforma funziona come quel bastoncino truccato: offre un noi più compatto del vero e un loro più mostruoso del vero, e davanti a quell’esca la reazione non si diversifica, si uniforma, perché è la stessa risposta antica a scattare in chiunque, qualunque sia la bandiera.
Conformismo digitale
Il giornalista Kyle Chayka ha rintracciato la stessa dinamica fuori dal campo delle opinioni, nell’arredamento. Viaggiando ha notato che i caffè indipendenti di città lontanissime, Tokyo, Berlino, Città del Capo, si somigliano tutti: piastrelle bianche, legno grezzo, lampadine a vista, avocado sul pane. Il meccanismo è lo stesso della spirale: un locale che rende bene in foto viene fotografato di più, le foto vengono premiate e diffuse, altri gestori copiano ciò che funziona, e a ogni giro l’estetica più capace di generare interazione schiaccia le altre. Chayka chiama Filterworld il risultato: mille nicchie che sembrano diverse e scivolano tutte verso lo stesso centro medio.
Filterworld: mille nicchie che sembrano diverse, scivolate tutte verso lo stesso centro medio.
L’obiezione più ovvia è che una cultura mainstream piatta sia esistita in ogni epoca, e che Chayka scambi per novità qualcosa di antico. Resta valida, ma applicata alle opinioni la sua osservazione regge lo stesso: le fazioni si moltiplicano, i valori si sminuzzano, e il modo di dirli si stringe in un unico formato, una curva che parte sempre dall’indignazione e nel giro di poche ore corre dalla notizia allo scherno e alla mobilitazione. Chi milita in un campo si muove con gli stessi gesti di chi milita in tutti gli altri.
Le fazioni si moltiplicano, i valori si sminuzzano. Il modo di dirli si stringe in un unico formato.
È la stessa scoperta di Törnberg vista da un altro lato: l’uniformità non ha bisogno che qualcuno la imponga dall’alto, emerge da sola dalla forma condivisa in cui tutti ci muoviamo.
Sotto le bolle social
Se le due persone al tavolo non condividono le opinioni, cosa condividono davvero? Una prima risposta l’aveva scritta il filosofo Jean Baudrillard decenni prima che esistesse un feed: il rapporto tra i segni e la realtà si è rovesciato, e oggi il modello viene prima, produce ciò che dovrebbe descrivere, finché il territorio evapora e resta solo la mappa. Chiamava iperrealtà questa condizione, in cui la simulazione diventa più solida della cosa reale. I due schermi non mostrano due pezzi di uno stesso mondo visti da lati opposti: mostrano due montaggi della stessa simulazione, sopra un territorio già svanito per entrambi allo stesso modo.
Iperrealtà: il modello viene prima, produce ciò che dovrebbe descrivere, e il territorio evapora.
Il filosofo Maurice Merleau-Ponty aggiunge un livello più profondo. Percepire, per lui, non significa ricevere un mondo già pronto dietro un vetro, ma costituirlo nell’incontro tra il corpo e le cose, in un intreccio che chiamava carne: il mondo risulta reale e condiviso perché altri corpi, accanto al nostro, percepiscono lo stesso mondo, e sono loro a garantirci che non stiamo sognando da soli. Se si sostituisce quella carne con il feed, per gran parte delle nostre ore lo scorrimento sullo schermo diventa il modo in cui il fuori si fa esperienza. La posta in gioco non è più quali opinioni teniamo in testa, ma attraverso quale organo il mondo ci arriva prima ancora che un’opinione si formi, e quell’organo, per chi guarda dal primo telefono e per chi guarda dal secondo, è ormai lo stesso.
Torna qui il filo di Törnberg: la chiusura era una proprietà dello spazio condiviso, e ora si vede fin dove arriva quello spazio. Non è solo la piattaforma, è il territorio evaporato di cui parla Baudrillard e la carne unificata di cui parla Merleau-Ponty. Condividiamo ormai quasi tutto, tranne le opinioni, che restano l’unica cosa che ci mettiamo davanti agli occhi.
| Ricercatore | Scoperta | Implicazione |
|---|---|---|
| Andrew Guess | Diete informative più varie, non più povere | La bolla non isola come si crede |
| Christopher Bail | L’esposizione all’altro schieramento indurisce le posizioni | Il contatto non modera, a volte radicalizza |
| Nikolaas Tinbergen | Un segnale esagerato batte quello reale nei gabbiani | I contenuti polarizzanti sfruttano lo stesso istinto |
| Petter Törnberg | I gruppi chiusi emergono anche senza algoritmo di filtraggio | La chiusura nasce dallo spazio condiviso, non dall’isolamento |
| Kyle Chayka | Le nicchie convergono tutte verso lo stesso Filterworld | L’uniformità è un effetto, non un’imposizione |
Gravità: la forza di attrazione delle bolle social
La versione rassicurante della divisione è quella della deriva: due continenti che si staccano e si perdono di vista nell’oceano, un’immagine che lascia intatte due terre, per quanto distanti. I dati raccontano il movimento opposto: non una deriva ma una caduta verso un unico centro, la spirale che tiene tutti sullo stesso circuito, l’esca antica che fa scattare in ognuno la stessa reazione, lo stampo unico sotto opinioni sempre più divaricate, il territorio svanito e la carne diventata una. Quella che scambiamo per due mondi che si respingono è la superficie di una gravità che ci tira tutti nello stesso punto: l’arena, l’ultimo posto in cui ci troviamo ancora, davvero, tutti insieme.

Se l’unico spazio che ci resta in comune è un’arena, e un’arena esiste solo finché ci si combatte, allora una pace avrebbe un prezzo che quasi nessuno mette in conto: sarebbe anche la fine dell’unico terreno che ancora dividiamo. Forse ci scontriamo con tanta ferocia perché lo scontro è rimasto l’ultima cosa che facciamo insieme, l’unico istante in cui le due persone al tavolo si toccano.
Credono di abitare due mondi. Ne abitano uno solo, e non se ne accorgono, perché l’unica volta che si sfiorano è per colpirsi.
Post scriptum
Se questa lettura ti ha lasciato la sensazione di essere osservato mentre guardi lo schermo, non è un’impressione sbagliata. La carne di cui parla Merleau-Ponty è anche il punto in cui le piattaforme misurano ogni tuo respiro, ogni pausa, ogni ritorno sullo stesso contenuto.
Nel video qui sotto proviamo a mostrare come funziona davvero la spirale del litigio, passo dopo passo, dal primo commento tagliente fino allo scroll che si gonfia da solo.









