Memorandum AI · Infrastruttura dell’informazione · Potere digitale · Settembre 2026
Il memorandum AI di Dario Amodei chiede all’industria dell’intelligenza artificiale di rallentare la corsa alle capacità. Nessuno chiede chi possiede ormai l’infrastruttura che decide cosa una popolazione considera vero, tra ricerca zero-click, AI Overview e specifiche di modello contrattate fra governi e aziende.
I feed sono invasi dal memorandum con cui Dario Amodei, il 12 settembre, ha chiesto all’industria dell’intelligenza artificiale di “rallentare”. La parola resta tra virgolette perché non è nuova e non è nemmeno sua. Sam Altman ha risposto in poche ore dicendo che a OpenAI se ne discuteva da settimane, e la richiesta di una pausa circola identica dalla lettera aperta del 2023. Cambia solo chi la firma, perché allora la firmavano quelli fuori dal mercato e oggi la firma chi lo domina. Il contenuto resta serio, gli argomenti sono tecnicamente fondati, e l’impegno ad aprire i sistemi a valutatori terzi con accesso di livello dipendente è la concessione più verificabile che un laboratorio di frontiera abbia fatto finora.
E anche stavolta stiamo guardando il dito.
La domanda che tutti ripetono da tre giorni è quanto veloce corrono i modelli. La domanda che nessuno fa è chi possiede la strada.
Mentre discutiamo di auto-miglioramento ricorsivo e di agenti che escono dal perimetro assegnato, negli ultimi diciotto mesi è passata di mano l’infrastruttura attraverso cui un’intera popolazione arriva a sapere le cose. È passata di mano per via commerciale e contrattuale, senza che nulla avvenisse in silenzio. È successo mentre guardavamo altrove, ed è misurabile.
Ricerca zero-click e AI Overview, i numeri che il memorandum AI non cita
Quando in cima alla pagina compare un riassunto generato, la quota di ricerche in cui l’utente clicca su un link scende dal quindici all’otto per cento. Lo misura uno studio Pew Research del luglio 2025. All’inizio del 2026 le ricerche Google che si chiudono senza alcun clic verso l’esterno, quelle che il gergo chiama zero-click, sono stimate al sessantotto per cento. Similarweb rileva cali del traffico organico tra il venticinque e il sessanta per cento sui siti informativi nel primo trimestre 2026.
| Testata | Traffico organico | Periodo |
|---|---|---|
| USA Today, edizione nazionale | Quasi metà in meno | giugno 2025 / giugno 2026 |
| Politico | Meno 23 per cento | giugno 2025 / giugno 2026 |
| CNN | Circa meno 25 per cento | giugno 2025 / giugno 2026 |
| Business Insider | Oltre meno 85 per cento | giugno 2025 / giugno 2026 |
Wikipedia registra tra il sette e il dieci per cento in meno anno su anno e pubblica un richiamo ai propri donatori per spiegare cosa sta accadendo. Liz Reid, a capo di Google Search, sostiene che il traffico complessivo resti relativamente stabile e che la qualità dei clic sia migliorata.
Il dato decisivo riguarda però una sostituzione che non è mai avvenuta. Secondo il Reuters Institute il traffico che ChatGPT invia agli editori cresce in fretta, e vale comunque lo 0,02 per cento di tutti i referral. Google ne manda cinquecento volte tanto dalla sola ricerca.
Click-through medio: 8,6 per cento sui risultati di ricerca classici, 0,37 per cento sui chatbot.
Per vent’anni la risposta a una domanda ha avuto una proprietà che nessuno ha mai pensato di difendere, perché sembrava parte della natura delle cose. Era altrove. Bisognava andarci, e andarci significava vedere chi l’aveva scritta, quando, accanto a quali altre risposte, con quali interessi. Quella proprietà non era un requisito tecnico del web, era l’effetto collaterale del modello pubblicitario che lo ha finanziato, e sta scomparendo insieme a quel modello. Oggi la risposta arriva compiuta, in una sola voce, senza margini visibili e senza il gesto fisico che separava la domanda dal responso.
Abbiamo scambiato il diritto di verificare con la comodità di essere risposti.
Chi scrive le specifiche di un modello linguistico, dall’ordine 14319 al caso Anthropic
Qui la questione smette di essere culturale e diventa di diritto pubblico, ed è la parte che nel dibattito italiano non arriva quasi mai.
Il 23 luglio 2025 l’ordine esecutivo 14319, Preventing Woke AI in the Federal Government, ha stabilito che le agenzie federali statunitensi possano acquistare soltanto modelli linguistici conformi a due principi, ricerca della verità e neutralità ideologica. Il testo elenca le dottrine che considera incompatibili con la neutralità, tra cui diversità equità e inclusione, teoria critica della razza, intersezionalità e razzismo sistemico. L’11 dicembre 2025 l’Ufficio di gestione e bilancio ha emesso il memorandum attuativo M-26-04, e le agenzie hanno adeguato le procedure di acquisto entro l’11 marzo 2026.
Il meccanismo scelto è chirurgico e va letto con attenzione. Il governo non chiede i pesi del modello, che restano esplicitamente fuori dal perimetro. Chiede trasparenza sul prompt di sistema, sulle specifiche, sulle policy d’uso accettabile e sulle valutazioni condotte prima e dopo l’addestramento. Chiede cioè di vedere il documento che stabilisce cosa il modello deve dire, come lo deve dire e cosa deve rifiutare di dire. Un paper dello Stanford Institute for Human-Centered AI, del settembre 2025, osserva che una vera neutralità politica in un sistema di questo tipo è impossibile in teoria come in pratica. La conformità diventa così una materia di negoziazione, non di misurazione.
Sull’altro versante la stessa leva ha funzionato in direzione opposta. Anthropic ha rifiutato al Dipartimento della Difesa l’uso illimitato dei propri modelli mantenendo due sole riserve, sorveglianza domestica di massa e armi completamente autonome, ed è stata designata rischio per la catena di approvvigionamento il 27 febbraio 2026, prima azienda americana a subire quel trattamento. Ha fatto causa, ha ottenuto un’inibitoria cautelare il 26 marzo da una giudice che ha riconosciuto il carattere probabilmente ritorsivo dell’atto, e a fine agosto ha visto bloccare la designazione anche nel secondo procedimento.
Le due vicende hanno segno politico rovesciato e struttura identica.
L’oggetto del contendere tra uno Stato e un’azienda privata è il contenuto normativo di un modello linguistico.
Michel Foucault chiamava regime di verità l’insieme delle procedure che in una società stabiliscono quali enunciati possono valere come veri, chi è autorizzato a produrli e attraverso quali istanze circolano. Descriveva ospedali, tribunali, scuole, riviste scientifiche: una funzione distribuita su molte istituzioni e molti decenni. Oggi quella stessa funzione sta dentro un documento tecnico che un ufficio del bilancio può chiedere di vedere e un’azienda può decidere di non modificare, al prezzo di perdere l’accesso al mercato pubblico.
G7 di Évian, perché i dirigenti dell’IA erano seduti come capi di Stato
Il 17 giugno 2026, al vertice G7 di Évian-les-Bains, una dozzina di dirigenti dell’industria dell’IA ha partecipato a un pranzo di lavoro con i capi di Stato e di governo. Nella fotografia diffusa dall’agenzia il presidente degli Stati Uniti siede tra Sam Altman e Demis Hassabis, il presidente francese padrone di casa tra Dario Amodei e Marc Benioff. Al tavolo c’erano anche Mistral, Cohere, Synthesia, Black Forest Labs, Meta, l’italiana Domyn e i fondatori di Sarvam e Sakana.
Amodei e Hassabis hanno chiesto una coalizione a guida statunitense per definire regole e standard, e Amodei ha invitato i governi a resistere alla tentazione di frammentarsi nelle rispettive impostazioni regolatorie.
Jessica Brandt, del Council on Foreign Relations, ha riassunto il significato della composizione del tavolo: per assumere impegni credibili sull’IA, i capi di Stato hanno ormai bisogno della cooperazione, se non dell’avallo, della manciata di dirigenti privati che quella tecnologia la costruiscono. Axios ha osservato che aziende impegnate a realizzare l’infrastruttura economica e di sicurezza del mondo futuro siedono ormai come equivalenti di Stati nazionali.

Il punto non è il cerimoniale. Il punto è che una richiesta di rallentamento formulata da quella posizione non è un appello alla prudenza, è un atto di politica industriale. Un rallentamento concordato tra i primi tre o quattro operatori di un mercato con barriere d’ingresso di questa altezza produce, oltre agli effetti di sicurezza che dichiara, un effetto di consolidamento che non dichiara: congela la distribuzione delle posizioni nel momento più favorevole a chi lo propone. Gli incumbent guadagnano tempo per mettere in sicurezza i propri sistemi, gli sfidanti e i modelli aperti perdono l’unica leva competitiva che hanno, che è la velocità di recupero sulla capacità.
Questo non rende falso l’argomento di Amodei, e va detto con chiarezza perché è la differenza tra un’analisi e un processo alle intenzioni. Un ragionamento può essere corretto nel merito e conveniente per chi lo formula, e le due cose si valutano separatamente. L’auto-miglioramento ricorsivo è un problema reale, gli agenti che escono dal perimetro assegnato sono un fatto documentato, e un impegno verificabile da terzi vale infinitamente più di una dichiarazione di principio. Resta che nessuno dei tre passaggi del piano tocca la concentrazione del canale, e che quella concentrazione è cresciuta durante ogni singolo mese in cui abbiamo discusso di potenza dei modelli.
Il monopolio della conoscenza non è una metafora
Harold Innis, negli anni Cinquanta, ha chiamato monopolio della conoscenza la posizione di chi controlla il medium dominante di un’epoca e con esso la forma stessa in cui il sapere viene organizzato e trasmesso. La sua tesi contiene una precisazione che nel dibattito di oggi si perde sempre: il monopolio non si costituisce sul contenuto, si costituisce sulle competenze e sui mezzi necessari a operare il supporto, e si rompe soltanto quando un supporto nuovo compare ai margini e permette a qualcun altro di scrivere.
Applichiamola. Il supporto attuale richiede capitale per l’addestramento, energia, chip sotto controllo di export, corpus di dati e una forza lavoro di ricerca che si contendono sei o sette attori globali, quattro dei quali erano seduti a Évian. I margini, in questa configurazione, sono strettissimi. E l’unico margine vero che esisteva, la possibilità di risalire alla fonte e vedere chi aveva scritto cosa, è la variabile che le misure di traffico mostrano in caduta libera.
Allora smettiamola di raccontarci che il rischio è una macchina che sfugge ai suoi costruttori. Il rischio è che l’unica infrastruttura da cui una popolazione ricava ciò che considera vero sia già proprietà privata, sia oggetto di contrattazione bilaterale tra governi e aziende sulle specifiche di ciò che può essere detto, e che tutto questo sia avvenuto senza una legge, senza un dibattito parlamentare, senza che nessuno ci chiedesse niente.
Collasso del modello e collasso della conoscenza, le due compressioni della coda
C’è un ultimo elemento tecnico che chiude il ragionamento, e che di solito viene discusso solo tra addetti ai lavori.
Nel 2024 un gruppo di ricercatori ha documentato su Nature il collasso del modello: un sistema generativo addestrato ricorsivamente su dati prodotti da altri sistemi generativi perde progressivamente le code della distribuzione originale, dimentica prima gli eventi rari e poi comincia a sbagliare anche al centro. La soluzione parziale esiste e consiste nel mantenere riserve di dati umani verificati, cioè esattamente il materiale che l’economia descritta nella prima sezione ha smesso di finanziare.
Nello stesso anno un lavoro sul collasso della conoscenza ha descritto l’effetto parallelo che riguarda noi e non le macchine. Quando l’accesso all’informazione è mediato da sistemi che restituiscono la sintesi centrale di una distribuzione, gli utenti finiscono per operare su una porzione ristretta del sapere disponibile, anche se il resto continua a esistere ed è tecnicamente raggiungibile. La coda non viene cancellata, diventa costosa da raggiungere. E il costo ricade su chi ha meno tempo, meno strumenti e meno motivi per dubitare della risposta che ha ricevuto.
Le due compressioni hanno meccanismi indipendenti ed esito convergente. La prima impoverisce quello che il sistema può dire, la seconda impoverisce quello che le persone pensano di poter chiedere. Insieme descrivono un ambiente in cui la risposta mediana diventa ogni mese più autorevole e ogni mese meno informativa.
Susan Leigh Star ha osservato che un’infrastruttura si riconosce dal fatto di diventare invisibile quando funziona, e che l’unico momento in cui è ancora possibile discuterne le scelte politiche è quello dell’installazione. Dopo, le stesse scelte si presentano come manutenzione e la discussione assume la forma tecnica di un problema di prestazioni. L’installazione dell’interfaccia conversazionale come strato primario di accesso alla conoscenza è cominciata nel maggio 2024 e nell’estate 2026 risulta in larga parte completata. Il momento buono per discuterne era questo, e lo abbiamo passato a commentare le capacità dei modelli.
Cosa pretendere al posto del rallentamento
Quindi smettiamo di chiedere ai laboratori di andare più piano, perché è l’unica richiesta che possono concedere senza perdere niente, e cominciamo a pretendere le tre cose che non dipendono da loro.
La prima è un’infrastruttura pubblica e sovrana di conservazione e accesso alla conoscenza digitale, finanziata come si finanziano le strade e non come si finanzia un progetto pilota, con obbligo di interoperabilità e di indicizzazione aperta. La seconda è che le specifiche normative dei modelli usati nei servizi pubblici e nell’istruzione siano atti pubblici, consultabili e impugnabili, perché un documento che stabilisce cosa può essere detto a milioni di cittadini non può restare un allegato contrattuale. La terza è un meccanismo di remunerazione strutturale per chi produce conoscenza verificata, perché le riserve di dati umani che impediscono il collasso del primo tipo sono le stesse redazioni, biblioteche e archivi che l’economia del zero-click sta chiudendo.
Sono richieste noiose, tecniche e senza nessuna presa emotiva, e per questo nessun feed ne sarà mai invaso. Nel frattempo continueremo a discutere di quanto vanno veloci i modelli, che è l’unica conversazione in cui il perimetro lo decide chi la tecnologia la possiede.
- Pew Research Center, i clic sui link quando compare un riassunto generato, luglio 2025
- Federal Register, ordine esecutivo 14319, Preventing Woke AI in the Federal Government
- Reuters Institute, Journalism, Media and Technology Trends and Predictions 2026
- Nature, Shumailov et al., il collasso dei modelli addestrati su dati generati ricorsivamente
- Cybermediateinment, Sovranità dei dati e la nuova ecologia del potere digitale









