La guerra degli #hashtag
HASHTAG FOLLOW THE ALGORITIM:come ci stanno togliendo, uno swipe alla volta, la libertà di scelta.
È uscito l’ennesimo video di Dario Amodei.
Per chi lavora con i sistemi, sembra una manna. Tutti lì, a pendere dalle sue labbra. Per sentire frasi vuote, ottimamente articolate, che non dicono e non spiegano nulla. È sempre così.
E oggi, dopo almeno 3 anni dal primo annuncio sulla riduzione del peso degli hashtag nella distribuzione algoritmica del contenuto… arriva ancora Instagram. Arriva Meta. Arrivano i Social, i Media…insomma arriva il potere della rete Network gatekeeping power di Manuel Castell,
Arriva Dario Amodei, ancora una volta, a dirci che gli hashtag non contano nulla.
Non era bastato trasformare un Social album fotografico in cui ci eravamo rifugiati per scambiare le foto con i nostri amici, dopo la goffa ed eterna trasformazione di Facebook…Prima in un News Feed e spazio di approfondimento sempre al servizio dei Big media ovviamente, poi in un marketplace
A quanto pare non è stata sufficiente neanche il programma di affiliazione, le spunte blu per gli utenti verificati, la pubblicità in App…A quanto pare la miniera di informazioni che siamo, le nostre interazioni, abitudini, cluster sociali di appartenenza, a parte dal potere di acquisto…Non frutta abbastanza…
La verità è un’altra: non contiamo nulla noi.
Le nostre scelte di interazione, i nostri percorsi attivi, la nostra capacità di cercare ciò che ci interessa: tutto questo non conta più. Anzi, sono anni che lavorano per renderlo sempre meno rilevante, e oggi lo ribadiscono con forza.
Il nemico è il gesto attivo
Parliamoci chiaro: a parte i criteri algoritmici, gli hashtag — proprio come sono nati — servivano a far muovere un utente attivo tra i contenuti. Ci permettevano di selezionarli, di fare ricerche, di seguire temi che ci interessavano, liberi dalle logiche della piattaforma, dai trend spinti e dai suggeriti a tradimento.
Ecco, dunque, la guerra agli hashtag. Una guerra silenziosa ma brutale. L’ennesima guerra alla nostra autonomia digitale.
Dal 2021 parte la prima offensiva: riduzione della visibilità legata agli hashtag, penalizzazioni per chi li usa “in modo sbagliato”, e rimozione di funzioni chiave — come seguire i tag.
Nel 2022 arriva la seconda mossa chirurgica: Instagram elimina il tab “Recent” dalle pagine-hashtag, lasciando solo “Top” e “Reels”. La cronologia viva sparisce, resta la vetrina. L’illusione di scelta.
Poi, il colpo più pesante: fine della possibilità di seguire gli hashtag. Fine della loro visibilità nel feed. Fine della loro funzione sociale. Il messaggio è chiaro: meno esplorazione attiva, più feed “per te”. La narrazione ufficiale? “Lo facciamo per combattere spam e abusi.” La realtà? Meno autonomia per l’utente, più potere al sistema.
Visione Distopica

In un futuro immerso nel neon, un’identità perduta: conformità sociale e isolamento emotivo in un mondo sintetico.
Lo storytelling che addomestica i creator
In parallelo, arriva il lavaggio del cervello. Buffer, 27 marzo 2025:
“È ufficiale: gli hashtag non aiutano la reach. Instagram ne ha ridotto il peso per limitare lo spam; da dicembre 2024 non si possono più seguire gli hashtag e quelli seguiti non entrano nel feed.”
Manuali, tutorial, video, post sponsorizzati: tutti allineati a ripetere il nuovo dogma. Gli hashtag sono inutili. Anzi, dannosi. Rovinano la reach. Invecchiano i contenuti. Sono spam. Il tutto con un tono paternalistico: “ti aiutiamo a creare meglio”.
Tradotto: ti aiutiamo a creare come vogliamo noi.
Il declino pianificato: meno visibilità, più sospetto
Nel quotidiano dei creator si sedimenta un “senso di fastidio”. Un dubbio strisciante. Hashtag = penalizzazione. Reach che crolla. Engagement in calo. E la correlazione sembra sempre più evidente.
Togli “Recent”, togli “Follow hashtag”, rendi irrilevante il loro peso nella distribuzione. Il risultato? L’utente smette di usarli. Il creator si autocensura. La piattaforma vince.
Ma allora: perché esistono ancora?
Perché servono ancora. A loro.
Gli hashtag non sono mai serviti solo alla reach. Sono nati per organizzare informazione. Nel 2007, Chris Messina li propone come sistema aperto e democratico per categorizzare i contenuti su Twitter. Nel 2011 Instagram li trasforma nel cuore della ricerca interna: #moda, #viaggi, #moto, #tecnologia. Community vive, esplorazione libera.
Poi? La lenta eutanasia.
Oggi, gli hashtag continuano a funzionare… ma solo per la piattaforma.
Servono a catalogarti. A tracciare i tuoi interessi. A profilarti meglio per la pubblicità. Ma non portano più visibilità. Non ti fanno scoprire contenuti. Non ti premiano.
Anzi: ti dicono che sei vecchio se li usi.
La scienza non è d’accordo
La narrativa ufficiale (“gli hashtag non servono”) è in contrasto con ciò che ci dicono i dati. Uno studio pubblicato nel 2025 mostra che:
- gli hashtag tematici e informativi aumentano ancora la reach organica;
- l’uso rumoroso o bait (#viral, #like4like) viene penalizzato;
- il posizionamento e la quantità contano (massimo 3–5, nella caption).
E poi c’è la letteratura accademica:
Chakrabarti et al., 2023: hashtag contestuali = maggiore engagement.
Ricerche su PMC, ScienceDirect, ResearchGate: gli hashtag organizzano conoscenza, sono archivi semantici.
I nano-influencer che usano tag pertinenti performano meglio di quelli che si affidano a tag generici o autoreferenziali.
Dal discovery engine al feed passivo
Quello che stiamo vedendo è un cambio di paradigma.
Gli hashtag permettevano una ricerca attiva. Un’esplorazione indipendente. Un sistema in cui sei tu a scegliere.
Oggi, tutto viene riassorbito nel feed “per te”. Un feed chiuso, predittivo, ottimizzato per tenerti incollato, non per farti scoprire.
È il passaggio da una rete esplorabile a una piattaforma-centrica. Dove non decidi tu cosa vedere, ma ti viene curato, suggerito, somministrato.
E il gesto attivo diventa pericoloso. Per loro.
Il paradosso: “non serve” solo per te
Il punto è questo: ti dicono che non servono, perché funzionano. Ma non per te. Per loro.
L’utilità degli hashtag per Meta non è mai cambiata. Servono ancora:
- a tracciare conversazioni;
- a capire i trend emergenti;
- ad alimentare sistemi di raccomandazione.
Ma per l’utente comune? Penalizzazioni. Sparizioni dal feed. Shadowban. Ti convincono che “non funzionano”, così li smetti di usare. E loro possono mantenere il controllo senza opposizione.
È guerra psicologica.
È un problema di autonomia (e non hashtag)
Gli hashtag non sono solo uno strumento di reach. Sono una forma di libertà.
Ti permettono di cercare, non solo scorrere. Di scoprire, non solo subire. Di seguire un’idea, non un profilo. Di uscire dalla bolla e trovare contenuti che parlano alla tua testa, non solo al tuo profilo.
E tutto questo sta scomparendo. Con metodo. Con calma. Ma con decisione.
E i creator? hashtag: Intrappolati
Tu che fai contenuti lo sai: ogni giorno sei diviso tra ciò che funziona per l’algoritmo e ciò che parla alla community.
Ti dicono:
- “Non usare troppi hashtag”
- “Meglio keyword nella caption”
- “Gli hashtag rovinano l’estetica”
- “Pensa al ranking, non alle persone”
E intanto perdi visibilità. Ti senti inadeguato. Ti autocensuri.
È così che ti modellano.
La resistenza è possibile (ma serve consapevolezza)
Non si tratta di nostalgia. Si tratta di difendere la tua libertà d’espressione online.
Usa gli hashtag. Usali meglio. Usa quelli tematici. Quelli di community. Quelli che parlano il linguaggio del tuo pubblico, non quello del sistema.
Non servono 20. Ne bastano 3–5. Giusti. Precisi. Umani.
Perché è proprio quando ti dicono che una cosa è inutile… che sta facendo paura.
La fine degli hashtag?
Questa non è solo una guerra digitale…Questa è una guerra culturale….umana…. Tra feed e umani passivi e teste e ricerca attiva. Tra “ti mostriamo cosa ti piace” e “ti lasciamo scegliere cosa cercare”. Tra automazione e consapevolezza.
Gli hashtag non sono morti. Li stanno uccidendo.
hashtag LE FONTI
- Chris Messina (2007) – proposta degli hashtag su Twitter
- Wikipedia – Hashtag (storia, uso, definizione)
- Twitter/X Blog (2017) – “The hashtag at ten years young”
- Web Directions – “Chris Messina and 10 Years of the #hashtag”
- TechCrunch (19 apr 2022) – Instagram testa la rimozione del tab “Recent”
- Social Media Today (17 nov 2024) – Instagram rimuove l’opzione di seguire gli hashtag
- AS USA (20 apr 2025) – Perché non puoi più seguire gli hashtag su Instagram
- Hello Social Co. (22 nov 2024) – Impatto per i brand locali
- Hire A Writer (25 nov 2024) – “Instagram discontinuing hashtag following feature”
- Buffer (27 mar 2025) – “How the Instagram Algorithm Works: Your 2025 Guide”
- Social Media Today (18 dic 2024) – “Do you still need to use hashtags?”
- Ignite Social Media (23 apr 2025) – Best practice 2025 (3–5 hashtag mirati)
- Content Marketing Institute (21 mag 2025) – “How to use hashtags now”
- Chakrabarti et al. (2023) – “Hashtag recommendation…” (PMC)
- Chakrabarti et al. (2023) – (PubMed)
- Giannoulakis & Tsapatsoulis (2016) – “Evaluating the descriptive power of Instagram hashtags”
- IJARSCT (2025) – “Instagram Reach Analysis” (PDF)
- BMC Public Health (2025) – Hashtag nelle campagne salute
- “Instagram Marketing 2025” (Buffer) – pratiche aggiornate
- Toronto Guardian (27 nov 2023) – Effetti della scomparsa del tab “Recent”
- Post Instagram (Reddit) – segnalazioni community








